Instagram = Ikea della fotografia?

“Instagram sta alla fotografia come Ikea sta all’arredamento”

 

Così ho detto recentemente all’Igers Academy ad Ancona. Una platea mista di studenti, imprenditori, “nuovi” fotografi mobili, “vecchi” fotografi old-way. Non è la prima volta che lo dico e la reazione è sempre la stessa: un grande punto interrogativo appare sulla testa del pubblico, sostituito velocemente da tre punti interrogativi e da uno smiley :) con relativo “in effetti….”

L’intento è ovviamente provocatorio, perché – lo ammetto – a me la discussione sull’impatto di Instagram sulla fotografia ha un po’ stufato. Però capisco l’esige a manichea di dividersi in fazioni; o di qui o di lì; romanista-laziale; fenderista (io)-gibsonista; nord-sud; analogico-pellicola; fotografia-smartphonografia, e via dividendo…

(Buenos Aires. ph: Antonio Amendola - iphone)

(Buenos Aires. ph: Antonio Amendola – iphone)

Però continuano a chiedermi cosa ne penso e allora continuo a dirlo: Instagram non è solo un gioco e può essere anche una forma espressiva molto molto seria, esattamente come la “fotografia tradizionale” non è solo una forma espressiva molto seria ma può essere anche un gioco. Punto.

Anzi, punto e virgola.

Ikea ha avuto lo straordinario pregio di far avvicinare un numero enorme di persone al gusto dell’arredamento, al ragionare in termini di estetica nelle loro case pur avendo a disposizione un budget ridotto. Ha democratizzato l’estetica e lo sguardo.

Instagram ha fatto altrettanto per la fotografia: ha (ri)abbassato la barriera di ingresso nel mondo della comunicazione visuale, un tempo reso possibile dalle Instamatic e, poi, dalle Polaroid.

Ecco, ricordate le Polaroid. La bellezza e il fascino non era nella scatoletta o nello scattare in se’. Era nel vedere uscire quel quadratino nero, afferrarlo tra pollice e indice, agitarlo, soffiarci su, aspettare, veder apparire lentamente l’immagine. Godersi il capannello di amici e parenti, tutti intorno a quel quadratino magico. E poi mostrare a tutti il “miracolo”.

Era un piccolo rito pagano che si celebrava in un paio di minuti: inquadratura, scatto, attesa, condivisione.

Instagram – ma tutta la fotografia mobile in genere – ha ripescato quella piccola insignificante magia (che poi tanto insignificante non è, se gli utenti sono più di 150 milioni e se Facebook l’ha acquistata a un miliardo di dollari contro i duecentocinquanta milioni spesi da Amazon per acquistare il Washington Post).

Ecco, se Ikea ha permesso a tantissimi di sentirsi arredatori di interni, Instagram ha reso tanti fotografi. E li ha fatti sentire “bravi” fotografi.

E allora?

(Roma - ph: Antonio Amendola, iphone)

(Roma – ph: Antonio Amendola, iphone)

E allora il problema è solo nella testa di una fetta di mondo dei fotografi ancorati al passato che – pur comprensibilmente – reagisce in maniera scomposta ad un epocale cambiamento della società. Un cambiamento nel quale il mondo dei professionisti si sforza di capire come “ricominciare” a lavorare come un tempo e – soprattutto – a guadagnare come un tempo.

Impossibile. Si rassegnino. Le cose non stanno cambiando. Le cose sono già cambiate. Da un pezzo. E chi non lo capisce è bene che venga spazzato via, per dare spazio a tanti giovani che – invece – il cambiamento (anche dei linguaggi) lo fanno giorno dopo giorno.

Ma non vagheggiamo. Torniamo ad Instagram e Ikea, magari dell’impatto sul mercato ne parliamo un’altra volta.

Ci sono anche zone d’ombra in questa simmetria azzardata.

Ikea ha standardizzato il gusto dell’arredamento. Da Parigi a Bari (e il passo è breve), da Los Angeles a Kuala Lumpur, da Beirut a Lima, tutti hanno in casa una libreria Billy. E molti pronunciano improbabili (ma esotici) termini svedesi. Se hai bisogno di una lampada di qualità accettabile e carina esteticamente, vai da Ikea e non ci pensi più. Se devi arredare in pochi giorni un appartamento, sfogli il catalogo Ikea, scegli i mobili, vai, compri, monti e il gioco è fatto.

Ma alla fine sono tutti uguali in tutto il mondo (occidentale, almeno).

Idem per Instagram con la sua estetica aggressiva e uniformante. Dove la logica dei filtri e preset livella il gusto personale e lo sforzo di trovare una propria cifra stilistica ed espressiva.

Perché in fondo siamo pigri e se possiamo saltare dei fondamentali passaggi creativi, va bene lo stesso. Ci fidiamo e affidiamo a creatività altrui (esattamente come facciamo con le idee di altri. Chi di voi non ha riempito i propri status di Facebook con citazioni altrui?).

E alla fine tanti “nuovi” fotografi – o iphoegrapher – si assomigliano tutti.

(Any given morning in Rome - ph: Antonio Amendola, iphone)

(Any given morning in Rome – ph: Antonio Amendola, iphone)

La logica dei like e degli hashtag, poi, travolge un po’ tutto. Quando ti imbatti in una foto su Instagram ultraprocessata, magari orribile, ma con 1000, 2000 o 100000 like, cominci a chiederti se sei tu che non capisci più di fotografia o se ci sono centomila pecoroni che non c’hanno mai capito nulla.

Ma ci sta. Sono dinamiche sicuramente non estranee al mondo della fruizione dell’arte, della fotografia, della comunicazione visuale. Solo esasperate all’ennesima potenza.

Tutto sta a farne un uso consapevole e puntare a trovare – magari anche su Instagram – la propria cifra stilistica ed espressiva, considerando la scatoletta di plastica e chip nella tasca dei pantaloni solo un ulteriore strumento e non il centro del mondo.

Io ho scoperto grandissimi fotografi (nuovi e “vecchi”, da Ed Kashi ad Alfons Rodriguez, da Klodijana Dervishi a Stefano Pesarelli) che usano Instagram in maniera incredibile. Come pure famose agenzie fotografiche (come VII).

A me il truciolato di Ikea piace tanto (ok, addentare una Billy ha più o meno lo stesso sapore delle polpette Kottbullar). Mi diverto quando ci vado (ma dopo qualche minuto scalpito) e ne capisco la bellezza e bontà. Ma alla fine è sempre truciolato.

A me Instagram piace. Tanto. E la uso sia come gioco sia come strumento di storytelling, sia – infine – come straordinario, potentissimo, imbattibile realizzazione del concetto di “crowdphotography” di Shoot4Change. I nostri racconti collettivi, democratici, orizzontali di fenomeni sociali in zone ad alto disagio non sarebbe possibile senza il coinvolgimento di un gran numero di raccontastorie. E instagram – fortunatamente – lo consente.

 

selfie con un vecchio amico

selfie con un vecchio amico

Sì, Instagram è l’Ikea della fotografia.

E va benissimo così.

A

 

PS io però non faccio tanto testo, mi sono definito un “digital bohémien” anche per questo…

 

Ecco la mia presentazione che ha suscitato un po’ di scalpore con quella simmetria